top of page
  • Immagine del redattore: Paola De Simone
    Paola De Simone
  • 8 ott 2017
  • Tempo di lettura: 6 min

«Un aggettivo per un genio della danza quale Maurice Béjart? Mefistofelico» risponde fuori scena e a fine serata la carismatica étoile scaligera Luciana Savignano, icona straordinaria di tante creazioni béjartiane e preziosa testimone in prima linea al significativo omaggio dedicato all'immenso coreografo marsigliese nei dieci anni dalla scomparsa per aprire in formula del tutto inedita la XXII edizione dei Concerti di Autunno della Chiesa Evangelica Luterana di Napoli, a firma della direttrice artistica Luciana Renzetti.

Un bel mosaico di ricordi e racconti, estratti in proiezione da alcune delle sue principali coreografie (Symphonie pour un homme seul di Pierre Schaeffer et Pierre Henry, Sagra della Primavera di Stravinskij e Boléro di Ravel con la Savignano, Maya Plisetskaya e l'indimenticato Jorge Donn, scolpito per il grande schermo da Lelouch) accanto al video con l'ultimo Béjart che, fra le catacombe dei Cappuccini a Palermo, riflette a voce alta sulla vita e sulla morte ripercorrendo l'esempio filosofico del padre, Gaston Berger. Il tutto narrato al pubblico attraverso le emozionate parole della Savignano, che dal coreografo francese fu scelta per una bellezza da lui stesso intesa come la "reincarnazione della regina Nefertiti", i commenti tecnico-stilistici dell'insigne didatta Mara Fusco, vertice e anima del Lyceum Danza di Napoli, i dettagli dell'incontro partenopeo offerti della stessa Renzetti (nelle foto sopra).

Inoltre, attraverso l'efficace doppiaggio in simultanea per le immagini girate a Palermo di un altro ospite speciale, l'attore marsicano Corrado Oddi (nelle due foto accanto), talento di vivace autenticità e professionista versatile la cui carriera, iniziata nel 1992 con uno spettacolo di e con Ugo De Vita sul giudice Rosario Livatino, altra vittima della mafia, conta molteplici esperienze in tv, cinema e teatro, sia in qualità di autore che di regista, nonché di doppiatore e voce recitante anche per la classica (ha recentemente interpretato la fiaba musicale Gli occhiali magici, vincitrice dell'ultimo Concorso di Composizione promosso dalla stessa Comunità Luterana), e fino al ruolo protagonista del giudice Giovanni Falcone, a lui assegnato nel recentissimo docufilm di Rai Storia realizzato lo scorso maggio a 25 anni della strage di Capaci.

Al centro della serata, dunque, Maurice Jean Berger - nato a Marsiglia il primo gennaio 1927 e figlio di un famoso filosofo pedagogista (Gaston Berger) - in arte noto come Maurice Béjart riprendendo, in via emblematica, il cognome della famiglia di attori cui si unì Molière agli inizi della propria carriera teatrale. Di lui, ad oggi, resta scolpita nella storia della danza moderna un'immagine dal fascino ipnotico, di straordinario magnetismo per quei suoi azzurrissimi occhi di ghiaccio. Immagine unita al segno profondo di un'arte coreografica dalle linee plastiche e dalle molteplici mani aperte in tensione verso il cielo. Uno stile versatile, eclettico, fortemente moderno ma imbevuto di classicità reticente alle classificazioni. Grande la varietà dei passi, accanto alla segmentazione delle concatenazioni, alle continue virate in velocità, all’uso non tradizionale delle braccia e del torso (sul modello orientale), alla ritualità di una danza innanzitutto intesa come religione.

Nell'esporre le sequenze su schermo al pubblico, Mara Fusco (nella foto sopra) ha sottolineato: «Per lui, con grande umiltà, più che il coreografo era importante il danzatore, che sceglieva con grande attenzione. Era il ballerino a creare insieme a lui, come in un rapporto a due, quasi d'amore». Un grande applauso ha accolto a seguire Luciana Savignano, Prima ballerina del Teatro alla Scala dal 1972, nel 1978 scelta da Mario Pistoni come interprete principale del suo balletto Il Mandarino meraviglioso. Poi, l’incontro e il lungo connubio artistico con Maurice Béjart che avrebbe creato, per lei, Ce que l’amour me dit accanto alle grandi interpretazioni in Leda e il cigno, Duo, Romeo e Giulietta, l’assolo La Luna da Heliogabalo, Bhakti, ma soprattutto Bolero.

«Non vi nascondo che vedere queste immagini - ha esordito l'étoile - mi ha molto emozionata perché è stato come ripercorrere il tempo condiviso con Béjart, e con un ballerino unico e straordinario come Jorge Donn. Il mio primo incontro con lui? È avvenuto alla Scala, nell'ascensore montacarichi dal quinto piano al palcoscenico. Durante un viaggio che mi sembrò interminabile fui letteralmente rapita dai suoi occhi azzurri intensissimi, mai visti. Uno sguardo che non perdeva mai di vista la sua preda, i danzatori prescelti, come un'aquila reale». Fra le curiosità, il grande specchio rotondo sul pavimento della sua abitazione «Era un modo - ha spiegato la Savignano (nella foto in basso) - con cui Béjart si divertiva a psicanalizzare i suoi ospiti». E l'interesse per la voce, «tanto da aver creato per me una coreografia in cui recitavo e danzavo». E, ancora, «l'idea di un movimento dedicato alla ricerca di un messaggio da proiettare, ad un dialogo continuo con la musica e soprattutto mai fine a se stesso: è stata questa la meraviglia, la magia del suo vocabolario coreografico».

Guru della danza contemporanea mondiale dalla storia singolare: ai tempi del liceo, per rafforzarne la fragile costituzione fisica, i genitori lo iscrivono ai corsi di danza. Béjart stesso, più tardi, dirà: “Non volevo essere danzatore. È la danza che mi ha scelto”. I primi passi di una straordinaria carriera coreografica partono dalla formazione parigina. Pur continuando gli studi umanistici frequenta l'Opéra sotto la guida di Léo Staats e della grande Egorova, che gli avrebbe trasmesso l'eredità di Petipa. Eredità in special modo assimilata a Londra, attraverso le lezioni dell'allievo diretto, Sergeyev. In un folgorante mezzo secolo sarebbe entrato a far parte di una leggenda: grazie ad un'intelligenza superiore e al suo vigoroso linguaggio "totale“. Nel 1986 l’imperatore Hiroito gli conferisce l’Ordine del Sol Levante, nel 1988 il re Baldovino lo nomina Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona, nel '94 riceve l’investitura dell'Accademia francese di Belle Arti, nel 2002 diventa Commendatore delle Arti e delle Lettere. Quindi, nel '48, partecipa alla prima stagione dei Ballets de Paris creati da Roland Petit mentre, l'anno successivo, entra nell'International Ballet di Londra dove danza per centotré volte la variazione dell'Uccello di fuoco stravinskiano. Poi la scoperta dei linguaggi di Robbins, Jooss e della Cullberg. Nel '50, l'occasione di creare un passo a due, L'inconnue, sul canto della Piaf. Nel ’54, invece, fondamentale si rivela l’incontro con il musicista Pierre Schaeffer per la conoscenza della musica (il rumore dell’esistenza). “Senza costumi, senza scene – dirà - il danzatore sarà più vero…seguendo il ritmo del proprio corpo”. La svolta dalla danza alla coreografia si alimenta con la creazione di una piccola Compagnia, i "Ballets de l'Étoile", per la quale realizza le prime opere firmate con l'illustre nome d'arte. Da allora, una luminosa carrellata di successi, ribaditi da un ricchissimo catalogo e siglati dalla fondazione, nel '60 a Bruxelles, del Ballet du XXéme siècle (poi sfociato in Svizzera nel Béjart Ballet Lausanne) e nell'école-atélier "Rudra". Nel 1960 crea a Bruxelles Le Ballet du XXème siècle, la Compagnia con la quale la sua arte viaggia nel mondo, nel 1987 trasferisce la Compagnia in Svizzera ed è così che nasce il Béjart Ballet Lausanne 1992: le dimensioni dell’organico sono ridotte ad una trentina di elementi “per ritrovare – dirà il coreografo – l’essenza dell’interprete”. E così, nell'opera dell'"ultimo dei dinosauri" secondo una propria autodefinizione, s'incontra un intero mondo di eroi e di sistemi di pensiero: da Wagner a Malroux, da Nijinskij a Petrarca, da Buddha a Molière, da Mishima a James Dean. In parallelo, all’apollineo balanchiniano, Béjart oppone la plasticità di un fervore dionisiaco mentre, la sua danza, usciva dai teatri: sarà lui infatti, per primo, a portarla nei circhi, nelle piazze, nei grandi cortili, nei palasport. Memorabile, in merito, la folla da record in Piazza S. Marco a Venezia per la Nona Sinfonia di Beethoven (prima, Circo Reale di Bruxelles, 1964), per Béjart manifesto libertario nella sua equivalenza nieztschiana di amore-danza-gioia-liberazione.

Una danza, infine, quella di Béjart, costantemente e febbrilmente tesa fra libertà e rigore, classicismo e modernità, dolcezza e violenza, spettacolarità e ideologia, Oriente ed Occidente. Con esiti talvolta discussi, ma sempre arguti in termini d'interazione fra i differenti linguaggi entro una prospettiva di teatro totale, in grado di sublimare qualunque tema in valore universale su partiture comprese fra Mozart e la musica concreta.

Esiste dunque uno "stile Béjart"? «Forse dopo la mia morte - ebbe a confessarci il Maestro in sede d’intervista dal palcoscenico di Ravello, nell’estate 2004 - se ne individuerà uno. Io, intanto, guardo semplicemente un corpo. E su quello adeguo la mia idea».

Si vieta la riproduzione dell'articolo e di ogni altra sua parte

SCARICA PDF

Commenti


In primo piano
RSS Feed
  • Facebook Long Shadow
  • Google+ Social Icon
Recenti

Blog by Alessandro Alberti © 2015

bottom of page