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  • Immagine del redattore: Paola De Simone
    Paola De Simone
  • 10 ott 2017
  • Tempo di lettura: 4 min

Opera cupa, complessa e, per il secondo Ottocento, assolutamente moderna il Simon Boccanegra su libretto di Piave (1857) poi rielaborato da Boito in seconda versione (1881) per la musica di Giuseppe Verdi, in queste sere dopo quattordici anni di nuovo in scena al Teatro San Carlo e con buon successo nella produzione torinese firmata nel 1979 dal compositore contemporaneo Sylvano Bussotti (qui ripresa da Paolo Vettori) e la direzione d'orchestra di Stefano Ranzani, tornato sul podio di Orchestra e Coro della Fondazione dopo la sapiente rilettura della Lucia di Lammermoor con glass harmonica.

Opera non facile, sia per un'architettura cronologicamente divaricata, secondo quanto dettato dal dramma spagnolo originale dello stesso autore del Trovatore, Antonio García Gutiérrez, fra Prologo iniziale e i tre atti successivi entro uno scarto di circa 25 anni innervati su una contorta trama prevalentemente politica, e in secondo piano amorosa, con personaggi osservati attraverso due distanti fasi della loro rispettive identità ed esistenze: 36 e 60 anni per il corsaro al servizio della Repubblica genovese, poi primo doge di Genova, Simon Boccanegra; 45 e 69 per il nobile Jacopo Fiesco, poi presentato come Andrea Grimaldi; 27 anni per la figlia rapita e ritenuta perduta Maria Boccanegra/Amelia Grimaldi. Il tutto atipicamente incardinato su tre voci scure e maschili portanti (Simone/baritono, Fiesco/baritono ma anche basso stando allo spartito per canto e piano, il malvagio Paolo Albiani/ basso di tinta "sepolcrale" e profonda) spingendo, tra l'altro, l'impalcatura musicale al confine fra scena e recitativo, arie e assiemi in soluzione d'inedita continuità a fronte di ampie e ridondanti chiuse corali secondo la tradizione, invece, del primo Verdi. E, in parallelo, il filo tematico ondulatorio del mare ligure, ben chiaro dall'incipit. Di qui il merito da riconoscere innanzitutto al maestro Stefano Ranzani, direttore di alta scuola cresciuto alla Scala di Milano e in qualità di assistente al fianco di Gianandrea Gavazzeni, per aver dato forza alla partitura garantendo, dal golfo mistico, una salda coesione formale e l'esatta coerenza stilistica andate a restituire ad un siffatto, eterogeneo impianto, credibilità drammaturgica ed un articolato scavo espressivo, fra suggestioni sonore del mare e gorghi del dramma, sincopi, strette dinamiche, potenti squarci del Coro (preparato da Marco Faelli), tempi e colori (ottimo il tributo in special modo dell'arpa e degli ottoni) accanto ad una sempre efficace tensione a sostegno delle voci.

Voci rappresentate da interpreti importanti ma dagli esiti di varia grandezza: l'immenso baritono Ambrogio Maestri (nelle prime tre foto di Luciano Romano), per il ruolo del titolo, governa con impasto duttile e armonioso le alterne relazioni umane e politiche di volta in volta in campo, eccellendo nella chiarezza dell'eloquio quanto nell'intensità di ogni singolo intervento in assolo (vibrante l'invettiva nel concertato Plebe! Patrizi! Popolo!) o in duetto (serrato il grande dialogo con Fiesco e intenso quello con Amelia) ma purtroppo rompendo per ben due volte la voce nella cabaletta d'agnizione in coda al primo Atto sul lessema "Figlia", scivolando sull'accento "con espressione" forse per un'improvvisa secchezza di gola, difatti presto recuperando piena forma nella successiva scena con viva sostanza e padronanza di timbro a riprova della non comune professionalità da sempre riconosciutagli. Densa e sonora, quindi, la prestazione canora del Fiesco di John Relyea, basso particolarmente applaudito e senz'altro in linea con quanto prescritto a suo tempo dagli stessi autori, ossia interprete "con qualche cosa di inesorabile nella voce, di profetico, di sepolcrale", ma sin dalla luttuosa quanto variegata sua Aria alla scena V dell'Atto I ("Il lacerato spirito") dall'emissione assai chiusa e dalla dizione pressoché incomprensibile. Anello vocalmente su tutti meno convincente, l'Amelia/Maria del soprano greco Myrtò Papatanasiu (sopra e accanto nelle foto di Luciano Romano), specialista mozartiana e rossiniana apprezzata su palcoscenici di prestigio, Metropolitan di New York in vetta, con incursioni da Verdi al Novecento. Nell'occasione tuttavia, oltre al vivo volume, la Papatanasiu mostrava una spiccata disomogeneità di tessitura scavando al grave e inasprendo gli acuti fra respiri e passaggi spezzati uniti a una dizione non particolarmente chiara mentre, i risultati migliori, si riscontravano nella zona centrale o in quel virtuoso e isolato arabesco sulla parola "Pace", ben disegnato con saldo controllo al termine del Finale I nella grande Sala del Consiglio. A conquistare il più alto podio è stato invece il tenore Saimir Pirgu (sopra in duetto con il soprano, foto di Luciano Romano), recente Edgardo al San Carlo nella citata "Lucia" donizettiana e qui interprete intonatissimo oltre che di grande respiro lirico ed ottimo stile nel ruolo per lui nuovo di Gabriele Adorno, gentiluomo genovese fidanzato della fanciulla. Molto interessante Gianfranco Montresor (a sinistra, nella foto di Luciano Romano), per incisività drammatica e curvatura melodica del suo canto per Paolo Albiani, un emblema del Male non troppo distante dal coevo Jago boitiano. E degna di lode nel complesso, per slancio e sonorità, la prova del Coro del San Carlo.

Completavano il cast Alessandro Abis (Pietro), Antonello Ceron (Capitano dei balestrieri) e Milena Josipovic (ancella di Amelia).

Quanto all'allestimento, scarno il movimento ma suggestive e d'effetto ancora oggi le scene tra il gotico-rinascimentale e il bizantino ideate, sempre valorizzando sullo sfondo le onde del mare di Genova, da un musicista estroso e pluripremiato quale Bussotti, fiorentino in via autonoma affermatosi lungo i percorsi dell'avanguardia europea e del fondamentale polo di Darmstadt, incontrando Boulez e John Cage.

Teatro non pieno, alla prima registrata da Rai 5, e applausi più o meno convinti. Si replica oggi, martedì 10 alle 20, domani mercoledì 11 alle 18, giovedì 12, venerdì 13 e sabato 14 alle 20.

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