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Immagine del redattore: Paola De Simone
Paola De Simone
6 giu 2016
Tempo di lettura: 5 min

Venerdì 10 giugno alle ore 20 la Fondazione Ente Ville Vesuviane inaugura il rinnovato spazio teatrale in Villa Campolieto ad Ercolano, tornata a nuovo splendore dopo i recenti restauri. E lo fa portando nell’esedra progettata dal Vanvitelli un evento d'eccezione, ad inviti, offerto dalla Banca di Credito Popolare di Torre del Greco: Le Quattro Stagioni di Vivaldi interpretate dal grande violinista Salvatore Accardo e dall’Orchestra da Camera Italiana, il tutto entro un connubio ideale tra architettura e musica del Settecento italiano (nelle foto: l'esedra di Villa Campolieto, il violinista Salvatore Accardo, la moglie e violinista Laura Gorna, l'Orchestra da Camera Italiana OCI).

Esempio fra i più celebri di trasposizione descrittiva in pentagramma, le "Stagioni" vivaldiane offrono in realtà all’aurora del diciottesimo secolo la migliore risposta, in virtuosa chiave prettamente strumentale, alla retorica barocca di una teoria dell’Affektenlehre formulata ad arte per accendere nell’ascoltatore quel prezioso quanto antico tandem di ethos e pathos, attraverso un lavoro di preziosa tornitura entro una determinata situazione affettiva e potenzialmente drammatica.

Dunque additando una via d’esecuzione pensata ben oltre la traduzione sonora dei Sonetti esplicativi di autore ignoto (qui riportati a seguire e, con ogni probabilità, dello stesso Vivaldi) che in partitura accompagnano le note, ossia superando la mera evocazione “a programma” delle immagini scolpite a rima alterna nei quattro gruppi, ciascuno secondo regola, da quattordici endecasillabi piani. In tal senso i quattro Concerti per archi e continuo sul tema delle Stagioni composti fra il 1695 ed il 1716 da Antonio Vivaldi (Venezia, 1678-Vienna 1741) in apertura della raccolta Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione, sono a pieno titolo da considerare - sia in virtù dei significanti che dei significati sonori - capolavoro e specchio assoluto del primissimo Settecento veneziano, nonché modello riconosciuto e tra le vette più alte nella tripartita forma cui l’autore dedicò oltre quattrocento esempi in virtù di un’originalissima inventiva del linguaggio strumentale. Pertanto, oltre il velo della mera imitazione, c’è da cogliere l’arte e l’intero mondo di un versatile talento che visse a 360° il proprio tempo: sacerdote a venticinque anni (ribattezzato il “prete rosso” per la vivace tinta dei capelli) autoesentatosi dal celebrar Messa per asma bronchiale, impresario del S. Angelo nella sua Venezia, factotum teatrale che compone e dirige, sceglie cantanti e ballerini, controlla la fattura e la stampa dei libretti per musica, decide scene e costumi, fino a procacciare egli stesso i sostegni finanziari necessari per gli spettacoli. Un talento talmente al centro della vita e delle scene musicali di quegli anni, da esser non a caso finito con anagramma e relativa caricatura in frontespizio e nel mirino del parodistico Teatro alla Moda dell’arguto concittadino Marcello. Si direbbe a questo punto che proprio alla singolare contaminatio fra la sua abilità strumentale ed una specialissima sensibilità teatrale vada ricollegata la tornitura tecnico-espressiva in grado di solleticare affetti, oltre il vetro delle situazioni visive presenti, d’altra parte, un po’ ovunque nel catalogo della Storia della Musica.

A caratterizzare infatti La Primavera, L’Estate, L’Autunno e L’Inverno, Concerti per violino solista, archi e basso continuo elaborati secondo lo schema canonizzato nella Sinfonia operistica italiana “alla Scarlatti”, in tre movimenti ed articolato inserendo fra due tempi veloci un andamento lento centrale, è una scrittura tecnico-espressiva sorprendentemente innovativa, raffinata e imprevedibile, straordinaria nella piena valorizzazione delle risorse strumentali attraverso un gioco abilissimo di variazione degli impulsi ritmici e di diversificazione degli spessori sonori.

Il tradizionale tracciato poetico abbinato al pentagramma esprime quanto segue: nel primo Concerto, La Primavera in mi maggiore, le due iniziali quartine del Sonetto esplicativo trovano rispondenza perfetta con un Allegro di ampio respiro che, con plasticità singolare, disegna in musica le suggestive immagini della natura di volta in volta richiamate dai versi. Dal canto degli uccelli al temporale, fino a giungere ai dettagli del pastore dormiente (nel Largo) affidati al violino solista e alle belle danze campestri nell’Allegro finale:

La Primavera

[Allegro]

Giunt’è la Primavera e festosetti

la salutan gli augei con lieto canto,

e i fonti allo spirar de’ Zeffiretti

con dolce mormorio scorrono intanto.

Vengon coprendo l’aer di nero manto

e lampi, e tuoni ad annunziarla eletti

indi, tacendo questi, gl’augelletti

tornan di nuovo al lor canoro incanto.

[Largo e pianissimo]

E quindi sul fiorito ameno prato

al caro mormorio di fronde e piante

dorme ‘l caprar col fido can a lato.

[Danza pastorale. Allegro]

Di pastoral zampogna al suon festante

danzan ninfe e pastor nel tetto amato

di Primavera all’apparir brillante.

Ancor più vivido è l’affresco sonoro in sol minore legato alla stagione dell’Estate, concentrato sull’avvicinarsi e sullo scoppio della tempesta incastonata fra il torpore generato dall’arsura, i timori del pastore, i lampi e la violenta pioggia del movimento di chiusura:

L’Estate

[Allegro]

Sotto dura stagion dal sole accesa

langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde il pino;

scioglie il cucco la voce, e tosto intesa

canta la tortorella e ‘l gardelino.

Zeffiro dolce spira, ma contesa

muove Borea improvvisa al suo vicino;

e piange il pastorel, perché sospesa

teme fiera borasca, e ‘l suo destino.

[Adagio]

Toglie alle membra lasse il suo riposo

il timore de’ lampi, e tuoni fieri

e di mosche e mosconi il stuol furioso.

[Tempo impetuoso d’Estate]

Oh che purtroppo i suoi timor son veri:

tuona e fulmina il ciel e grandinoso

tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

A seguire, tutt’altra atmosfera, con l’ebbrezza bacchica del tempo della vendemmia che offre il tema centrale alla stagione dell’Autunno, nella tonalità di fa maggiore. Un’ebbrezza che nell’Adagio sembra sciogliersi in un sogno - intitolato “dormienti ubriachi” – di beata cantabilità, tuttavia bruscamente interrotto dal frastuono onomatopeico di una movimentatissima caccia, con magistrali imitazioni sugli archi dei richiami dei corni e del fervore della corsa per la cattura della preda:

L’Autunno

[Allegro]

Celebra il villanel con balli e canti

del felice raccolto il bel piacere,

e del liquor di Bacco accesi tanti

finiscono col sonno il lor godere.

[Adagio]

Fa ch’ogn’uno tralasci e balli e canti

l’aria che temperata dà piacere,

è la stagion ch’invita tanti e tanti

d’un dolcissimo sonno al bel godere.

[Allegro. La Caccia]

I cacciator alla nov’alba a caccia

con corni, schioppi, e cani escono fuore,

fugge la belva, e seguono la traccia;

già sbigottita, e lassa al gran rumore

de’ schioppi e cani, ferita minaccia

languida di fuggir, ma oppressa muore.

Infine l’Inverno, in fa minore e pagina di perfezione assoluta dell’intero ciclo. Con tecnica quasi impressionistica, Vivaldi vi scolpisce le linee di un paesaggio di gelo cui seguono, in sagace contrasto, la scena centrale raccolta intorno ad un ristoratore focolare domestico ed un finale fitto di aspre allitterazioni ma dalla rassicurante chiusa bonaria.

Fra i dettagli da non perdere, appunto nel tempo di mezzo, il bel contrasto fra la “pioggia” all’esterno – così come sottolineato da una didascalia originale – distillata dal pizzicato dei violini in accompagnamento ed una melodia felicissima, corrispondente al lieto tepore interno alla casa:

L’Inverno

[Allegro non molto]

Agghiacciato tremar tra nevi algenti

al severo spirar d’orrido vento

correr battendo i piedi ogni momento;

e per soverchio gel battere i denti;

[Largo]

passar al foco i di’ quieti e contenti

mentre la pioggia fuor bagna ben cento.

[Allegro]

Camminar sopra ‘l ghiaccio, e a passo lento

per timor di cader girsene intenti.

Gir forte, sdruzzolar, cader a terra

di nuovo ir sopra ‘l giaccio e correr forte

sin ch’il giaccio si rompe, e si disserra;

sentir uscir dalle ferrate porte

Sirocco, Borea e tutti i venti in guerra

quest’è ‘l verno, ma tal, che gioja apporte.

Da sabato 11 giugno 2016 riprenderanno infine a pieno ritmo le visite al sito. Tra le più prestigiose residenze nobiliari di epoca borbonica del “Miglio d’Oro”, la Villa Campolieto fu sottratta all’abbandono e restituita alla collettività già nel 1984 dall’Ente per le Ville Vesuviane oggi Fondazione. Dal 1987 è sede storica del Festival delle Ville Vesuviane che, quest’anno, giunge alla ventottesima edizione.

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