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  • Immagine del redattore: Paola De Simone
    Paola De Simone
  • 4 apr 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

Due volti diversissimi quanto fondamentali per comprendere l'aspetto più alto dello Schubert sinfonico d'ambito profano e, al contempo, quello del compositore impegnato su un testo sacro con ampio organico sinfonico-corale più interventi, minimi in verità, di cinque voci soliste. A restituirne il rigore delle architetture possenti quanto la forza inedita dei chiaroscuri timbrico-dinamici e delle elaborazioni motiviche, l'altra sera in un Teatro San Carlo fitto di pubblico e di fiocchetti blu distribuiti all'ingresso (vedi foto in basso) in omaggio alla giornata sull'autismo, una delle bacchette italiane più interessanti dell'ultima generazione, Michele Mariotti (nella foto d'apertura), alla testa delle compagini della Fondazione. Fra le due parti, straordinaria la prima, destinata alla Sinfonia n. 8 in si minore passata alla storia con il titolo di "Incompiuta" essendo stata portata a termine solo nei primi due tempi ma lasciata in abbozzo, sia pur alquanto esteso, nel successivo Scherzo. Il che ha fatto escludere l'ipotesi di una forma conclusa in sé.

In programma, pertanto, solo i movimenti completi: due blocchi diversi ma di pari matrice genetica, quasi l'ombra e la luce di una stessa medaglia che, nella tecnicamente solida e stilisticamente esatta disamina del giovane Mariotti, hanno svelato un'idea complessiva, una sostanza drammatica ed una verità, diciamo pure con sorpresa insolite, in virtù di una rara plasticità dei temi, dei timbri, dei contrasti e finanche delle pause. Vale a dire, una lettura ad arco unico, dalla classicità rigorosa quanto, al contempo, di pieno vigore romantico secondo la chiave più giusta per restituire oggi, dopo le più disparate tradizioni esecutive ascoltate e le innumerevoli ipotesi storico-musicali avanzate, la vera "Incompiuta" di Schubert.

Due movimenti, un Allegro moderato in si minore e un Andante con moto in 3/8 nella tonalità di mi maggiore, di segno armonico diverso ma alimentati entrambi da un medesimo respiro doloroso, neanche troppo distante dalla profondità d'accento e dai colori del meraviglioso Requiem mozartiano. Ed ecco che il motivo posto ad introdurre la pagina, un cupo pianissimo mormorato dai violoncelli e dai contrabbassi rispettivamente capitanati da Luca Signorini e da Ermanno Calzolari, quindi ripreso dai violini guidati a dovere da Gabriele Pieranunzi (spalla) e da Fabrizio Falasca (concertino), non ha soltanto creato l'ombra sinistra da cui emerge il primo vero e proprio tema in tale contesto affidato all'ottimo, nuovo primo oboe stabile Hernan Garreffa, quindi raccolto dal brillante clarinettista Luca Sartori e a seguire dal talentuoso Simone Baroncini al primo corno. Bensì ha assunto, secondo un'idea dal podio della Sinfonia subito ben chiara, il senso di un progressivo formarsi ed affermarsi di un incipit inteso quale exemplum o segnale delle inquiete lacerazioni che successivamente ne andranno a spezzare e a caratterizzare il frastagliato quanto ampio sviluppo tipicamente schubertiano. Grande, quindi, l'attenzione e il controllo di Mariotti, anche nel successivo Andante, sul calibro dell'amalgama all'interno delle diverse sezioni, sul rilievo delle singole prime parti strumentali (particolarmente apprezzabili i contributi del primo fagotto Mauro Russo, del primo flauto Bernard Labiausse e della prima tromba Fabrizio Fabrizi), sulla piena tornitura dei temi, sul gioco di un'agogica scolpita a forti tinte e colpi netti.

A completamento della serata, con pari visione analitica ma con sensibilità d'approccio ed esiti ovviamente diversi, la Messa n. 6 in mi bemolle maggiore, l'ultima scritta da Schubert. Opera innanzitutto corale, di stile monumentale e severo, per lo più costruita sulle tecniche del contrappunto e della fuga con vette di migliore efficacia, per un Coro maggiormente propenso alla vocalità teatrale, nel bel Crucifixus interno al Credo, scandito a fior di labbra fra gli squilli di tromba dello straordinario Fabrizio Frabrizi, e nell'efficace intesa ritmica trovata con l'Orchestra nel Sanctus. Voci soliste erano: il soprano Alessandra Marianelli, la sempre apprezzabile Monica Bacelli (mezzosoprano), i tenori Alessandro Luciano e Anicio Zorzi Giustiniani, il basso Michele Pertusi.

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